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Architettura - Arte

Design Museum in Rome center

Siamo al centro di Roma su via Giulia in corrispondenza di ponte Mazzini dove era presente un vuoto urbanistico proprio accanto al liceo Statale il “Virgilio”. Per quest’area sono state presentate anche alcune proposte che tuttavia non hanno avuto seguito preferendo invece iniziare la costruzione di un parcheggio che ancora oggi è in fase di completamento.

L’architetto contemporaneo che opera in un’area come questa è oggi visto come un possibile creatore di storture, di blocchi che rimarranno li per moltissimi anni a deturpare la vista e il senso estetico comune. Già in un precedente articolo ho spiegato che nonostante un atteggiamento di accurata ricerca e volontà di legarsi al luogo, anche esprimendo una propria poetica architettonica, il risultato è stato in molti casi poco apprezzato.

Uno dei motivi a mio giudizio sta nell’affidarsi troppo al segno, a pensare all’architettura in bianco e nero così come fanno i critici d’arte, ma noi non siamo critici d’arte, siamo esecutori che trasformano il territorio, le nostre non sono solo parole ma segni concreti che tracciano quel solco fatto di estetica e tecnica.

Cosa quindi è necessario fare per non lasciare che i nostri progetti rimangano apprezzati solo sulla carta? Una prima cosa è riprendere il contatto con i  materiali. Ogni materiale ha una sua “spazialità”, non solo si deve legare al luogo ma deve creare esso stesso architettura partendo dalla sua composizione e dal colore. Fisica, chimica, ottica, ogni elemento ha delle proprie caratteristiche che variano anche nel tempo.  Il materiale dunque ha una serie di caratteristiche che lo rendono un elemento a se stante e che una volta inserito nell’edificio ne caratterizza l’aspetto in modo determinante.

Quello che un edificio antico svolge nel corso dei suoi anni è stato già previsto dall’architetto che lo ha progettato in quanto esso dovrà essere apprezzato anche nei secoli a venire; il tempo come guida al progetto che si prepara al tempo che lo consuma (consuma i materiali).  Non un tempo ideale, come alcuni architetti moderni vorrebbero far pensare, ma reale, che si tocca e che si vive. In questo modo diamo quell’appartenenza al luogo ricercata non solo dall’architetto ma da chi ci vive e in quei luoghi trova il proprio benessere.

Qui non possiamo certo rifare l’antico, ma da esso traiamo i metodi utilizzando i materiali del nostro tempo ed il progetto per un museo del design su via Giulia è stata un occasione per studiare e approfondire questo tema.

L’idea è quella di una struttura che segue le linee contemporanee dell’architettura a nostro giudizio mature per inserirsi anche in contesti difficili e di rilievo come quelli storici. Dai mostri degli anni 70 alle raffinate esecuzioni dei contemporanei grazie anche alle infinite possibilità offerte dai nuovi materiali.

Il tema del travertino caratterizza buona parte del progetto, l’altra parte è invece una fascia continua di pannelli fotovoltaici dal bronzeo colore che rappresentano le ultime istanze della modernità e del risparmio energetico. Come vedete non ho parlato di forme, che pure sono presenti e fondamentali, ma di materiali. Dalla volumetria si passa ai materiali che vanno esaminati con cura. Questi materiali come si legano al contesto, come si legano tra di loro? Come vengono consumati dal tempo? Come verranno percepiti da quelli che li vedranno? E’ importante avere percezione di tutti gli elementi che compongono il progetto.

In questo caso la scelta è caduta su un materiale tradizionale come il travertino, ben riconoscibile dai romani, mentre i pannelli fotovoltaici sono trattati per avere un colore particolare. Ecco vedete, il materiale, il colore, la tecnologia. Ma bisogna andare ancora oltre, bisogna andare ancora più nel particolare per caratterizzare le forme; il travertino sarà quindi squadrato con blocchi di una certa misura e il fotovoltaico conterrà una fascia metallica con sopra stampati i prodotti del design italiano. Ogni processo ne segue un altro, un edificio è finito solo quando abbiamo montato l’ultima porta e dipinto le pareti.

 

 

 

 

© Arch. Alessandro Plini (www.archihouse.it)

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