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Architettura - Arte

La finestra in Architettura

(17-09-2020) 

Ho eseguito la distribuzione degli spazi e mi accingo a definire le aperture per dare luce agli ambienti.

Più o meno, espresso in maniera estremamente sintetica, quando si progetta il percorso risulta essere questo. Significa che una volta disegnati gli spazi interni ed effettuata la suddivisione delle varie stanze, definiamo le aperture che collegano questi spazi con l’esterno.

Porte e finestre sono considerati, spesso, dei semplici elementi funzionali, in quanto nell’architettura contemporanea, specialmente negli edifici residenziali, sono trattati semplicemente seguendo le direttive imposte dalle normative. Tant’è che oggi ci ritroviamo con una serie di edifici dove dei semplici fori quadrati o rettangolari eseguiti sul muro, definiscono in modo a dir poco banale, il rapporto tra esterno e interno e tra esterno e vissuto.

Perchè questo? Perchè si è passati dalla rappresentazione di una finestra o di un vano apertura circondandolo di elementi decorativi dai disegni più svariati alla semplice raffigurazione di una linea che definisce semplicemente i contorni dell’apertura? Si potrebbe dire che è stato a causa dei costi; tuttavia le necessità economiche negherebbero a priori quegli intendimenti che sono il senso stesso del fare architettura.

Questo perchè le necessità economiche che inducono a risolvere i problemi in maniera standardizzata non sono sufficienti a motivare le scelte che si sono susseguite fino ad oggi. Spesso la ricerca ad una maggiore economicità sembra essere più che nell’architetto nella fabbrica che produce gli elementi costruttivi che ci spinge a costruire tutti allo stesso modo affermando che: “il processo è più veloce ed economico, a vantaggio della qualità”.

L’idea di un’architettura che trova conforto in una concezione del costruito più utilitaristica smorza sul nascere ogni quant’altro intendimento. Di fronte a certe situazioni talvolta anche l’architetto si trova spiazzato; non perchè non sia giusto risparmiare o limitare al massimo i costi, ma perchè questo non ci può guidare alla progettazione. Il fatto è talmente palese che se così fosse negheremmo il senso stesso del fare architettura e vivremmo ancora nelle grotte perchè le più economiche in assoluto.

Si potrebbe apporre il fatto che utilizzare una finestra nella quale l’economicità è spinta ai limiti, non solo sviluppa un’attenzione al risparmio, che comunque è sempre positiva, ma porta soprattutto ad essenzializzare un prodotto che a questo punto vuole essere artistico. Il culmine del suo significato lo si ritrova nella  semplice linea che squadra l’oggetto finestra; l’assenza totale degli “ornamenti” più che un vantaggio economico genera un significato e ne rappresenta il linguaggio. Quella finestra emergerà dal contesto in maniera totale proprio perchè non ci saranno altre situazioni svianti.

L’evidenza di una linea, tralasciando tutte le altre, tuttavia dico io, assorbirà in se anche la presenza stessa della finestra. L’immagine diventa sostanza, ma in un processo che è fatto solo di sottrazioni così da provocare in noi un sentimento di totale indifferenza, tale da vanificare ogni pur apprezzabile sforzo per giungere ad un risultato che non potrà completarsi per il fatto stesso di esistere. In effetti quello che si realizza nella mente, non solo non lo si riscontrerà nella realtà ma creerà un effetto contrario tale da allontanare l’osservatore dall’oggetto.

Sono i cosiddetti particolari a definire la spazialità

Questo perchè fondamentalmente la finestra, o meglio il collegamento diretto tra esterno e interno è definito da due elementi che sono, da una parte lo spazio occupato dalla finestra e dall’altro quello della finestra stessa.

Il concetto base è sempre quello che viene riferito agli edifici; ossia, esiste lo spazio e poi esiste lo spazio come viene lavorato e interpretato da chi lo lavora (spazio mentale). Quindi la finestra delinea uno spazio e la finestra stessa nei suoi particolari definisce quello spazio.

Prendiamo come esempio la finestra a nastro di Le Corbusier di Ville Savoye; sappiamo quanto questa soluzione abbia influenzato (ahinoi!) larga parte dell’architettura moderna e contemporanea, tanto che sono sorti una moltitudine di edifici che hanno semplicemente copiato quel modello contribuendo a disegnare delle città fatte di anonime aperture destinate solo a rispettare i canoni normativi adducendo a queste una valenza estetica (che in molti casi non hanno) solo perchè facenti parte di un pensiero modernista.

In realtà la finestra di Le Corbusier, come tante altre, manca di un elemento fondamentale. Se in essa il primo era presente, e cioè l’occupazione di uno spazio, non era (e non è) però presente il secondo elemento: la definizione dello spazio delineato.

Mi si dirà che la definizione dello spazio è l’occupazione stessa, in quanto la sua linearità è essa stessa una definizione elaborata come assenza della decorazione; ricordiamo a tal proposito il famoso detto Less is more ; ma come ho accennato prima volendo rappresentare la sua definizione nella linea stessa tramite una sottrazione degli elementi, quella finestra non sarà più un elemento a se stante, con una sua forza  espressiva, ma solo una linea facente parte di un insieme e/o estensione di altre linee (ad esempio la volumetria della villa) e dunque architettonicamente parlando scomparirà, quasi volendola cancellare rimanendo occlusa alla nostra vista, al nostro spazio mentale, diventando un elemento senza interesse, noioso, quasi alienante.

Mancano a questa finestra i particolari per definire effettivamente il suo spazio in modo da poterla riconoscere e dunque far parte del nostro spazio mentale. La linea modernista così tanto utilizzata ed esaltata ci allontanerà da essa mentre al contrario sarà il gioco di figure e di cornici di una finestra di un antico palazzo a modificare lo spazio, facendoci cambiare visuale producendo un effetto unico, pur se addentrato nell’insieme.

Se dunque da una parte abbiamo cercato di negare la possibilità di produrre un’architettura utile sulle sole basi economiche dall’altra miravamo per quanto possibile a rendere valido questo discorso anche nei postulati poetici dell’architettura.

Non possiamo in definitiva, giustificare un “buco” per il bisogno di risparmiare nè per le riflessioni sopra citate che cercano da un pò di anni di insegnarci. Non sembrano dunque sufficienti i voli pindarici delle strutture in cemento armato o in ferro a offrirci l’infinito, nè l’assoluto in terra potrà ricondurci al cielo quanto le “insignificantifoglie dei capitelli, le “inutili” righe delle trabeazioni e l’ancor meno invisibile rastremazione delle colonne.

E allora ci si domanda: li dobbiamo usare o non li dobbiamo usare questi elementi? Per ora cominciamo a capirli.

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